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Italia > Società

Il legame che non lega e i beni “economici”

di Francesca Dal Degan

- Fonte: Città Nuova


Una lettura originale di Adam Smith sulla radice dell’agire economico generativo e lungimirante. La necessità di porsi nei panni degli altri conduce ad un legame che con ci rende schiavi ma liberi. Il mercato non cerca solo compratori ma persone che ci riconoscano e che così ci diano dignità

Smith

Quando un imprenditore decide di investire in un’attività economica si propone certamente di rispondere ad una domanda di beni di cui intuisce l’esistenza sul mercato. A meno che la motivazione che lo spinge non sia puramente speculativa e quindi già priva della sua valenza più umana, generativa e lungimirante, il desiderio di creare e fare sarà vitalmente legato alle risposte che saprà dare almeno agli interrogativi: A chi potrà servire ciò che produco?

 A quali bisogni la mia attività potrà rispondere? Quali tracce il mio lavoro lascerà dietro sé, nella società in cui vivo? Meno immediatamente evidente è però l’azione di una domanda che resta più profonda e che pure anima e dà un’anima ad ogni economia che voglia confrontarsi con il desiderio di bene che ci caratterizza come uomini e donne. È una domanda di domanda. E su di essa per la prima volta mi ha fatto riflettere Adam Smith. Nonostante sia diffusa l’idea che Smith sia il padre dell’economia individualista la sua riflessione è profondamente relazionale. Per lui al cuore dell’agire umano sta la capacità di porsi ripetutamente e costantemente «nei panni degli altri », cercando di « sentire quello che sente l’altro », immedesimandoci.

Ma affinché i legami che si creano a partire da questo esercizio simpatetico siano liberanti, ci rendano indipendenti e non schiavi, è necessario che ci pongano su un piano di parità e che l’altro non sia guardato come colui che ha bisogno. Come Smith intuì, affinché il pormi nei panni dell’altro possa essere generativo e liberante deve essere sospinto da una domanda della domanda dell’altro: hai tu bisogno del mio bisogno di te? Che equivale a chiedersi: mi riconosci? Riconosci che sono per te? È questa, credo, la domanda nascosta che spinge ogni imprenditore ad impegnarsi e a rischiare per creare bene e beni economici. Ed è essa che risuonando tra me e l’altro come: hai tu bisogno del mio bisogno di te? Hai sete della mia sete di te?  Mi pone sul suo stesso piano e apre all’esperienza della reciprocità. Il mercato non cerca solo compratori ma persone che ci riconoscano e che così ci diano dignità. Quando e se il sistema economico lasci spazio alla sete non spegnendola con una spugna imbevuta di aceto.

Francesca Dal Degan è Ricercatrice FNS (Fondo Nazionale Svizzero per la Ricerca Scientifica) presso l’Università di Losanna

Riproduzione riservata ©

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